Ambivalenza affettiva. Significato del termine medico 'Ambivalenza affettiva' presente nel dizionario medico online gratuito.   
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Significato termine medico Ambivalenza affettiva

In psicologia e psichiatria, la presenza, in uno stesso soggetto, di sentimenti e atteggiamenti opposti (amore-odio, timore-desiderio, simpatia-antipatia ecc.) diretti verso il medesimo oggetto (persona, cosa o situazione). Anche in condizioni normali possono coesistere sentimenti opposti che si influenzano a vicenda, e provocano un atteggiamento globale oscillante tra le diverse tendenze. L’ambivalenza affettiva patologica si osserva, con differenti modalità, nelle nevrosi e nella schizofrenia. Nelle nevrosi il sentimento cosciente è costantemente influenzato, a livello inconscio, dal sentimento opposto, che è stato rimosso; nella schizofrenia, invece, i sentimenti contrari sono presenti contemporaneamente, senza alcuna influenza reciproca.In psicologia e psichiatria, la presenza, in uno stesso soggetto, di sentimenti e atteggiamenti opposti (amore-odio, timore-desiderio, simpatia-antipatia ecc.) diretti verso il medesimo oggetto (persona, cosa



o situazione). Anche in condizioni normali possono coesistere sentimenti opposti che si influenzano a vicenda, e provocano un atteggiamento globale oscillante tra le diverse tendenze. L’ambivalenza affettiva patologica si osserva, con differenti modalità, nelle nevrosi e nella schizofrenia. Nelle nevrosi il sentimento cosciente è costantemente influenzato, a livello inconscio, dal sentimento opposto, che è stato rimosso; nella schizofrenia, invece, i sentimenti contrari sono presenti contemporaneamente, senza alcuna influenza reciproca.

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  • Indice:Diffusione e “mappa” dell’AIDSDiagnosi e progressione della malattiaTerapia e contagiositàTerapie alternativesigla di Acquired Immuno-Deficiency Syndrome, sindrome da immunodeficienza acquisita (da cui anche la sigla SIDA, meno usata). Malattia in cui è implicato il virus HIV-1, retrovirus capace di infettare selettivamente i linfociti T, i macrofagi e le cellule dendritiche che esprimono un particolare recettore virale. Una reazione di tipo autoimmune sommata all’effetto del virus fa sì che le cellule infettate vengano distrutte, con conseguente scompaginamento di tutto il sistema immunitario (immunodeficienza). I soggetti infettati che contraggono la malattia diventano suscettibili a numerose infezioni, specialmente fungine (candidosi, aspergillosi, criptococcosi), protozoarie (toxoplasmosi, pneumocistosi) e virali (infezione da Herpes e Cytomegalovirus); anche la suscettibilità a particolari tipi di tumori (sarcoma di Kaposi, linfoma non-Hodgkin) è notevolmente aumentata.Diffusione e “mappa” dell’AIDSI primi casi di malattia (probabilmente originaria dell’Africa centrale) sono stati segnalati fra il 1979 e il 1981 ad Haiti e nelle grandi città degli Stati Uniti, in modo più evidente nelle comunità di omosessuali. Attualmente la malattia è diffusa in quasi tutti i Paesi europei, in Africa, negli Stati Uniti e nell’America Meridionale, mentre è ancora rara in Asia. I gruppi cosiddetti “a rischio” sono le persone omosessuali, i tossicodipendenti e coloro che, eterosessuali o bisessuali, hanno frequenti rapporti con estranei, dei quali non sanno se siano sieropositivi. In Italia la fascia più colpita è quella dei tossicodipendenti a causa della diffusa usanza di scambiarsi la siringa. Il contagio avviene mediante il contatto con i liquidi organici (in particolare sangue, sperma, secrezioni vaginali) di soggetti portatori del virus. In passato un certo numero di casi di malattia sono derivati da trasfusione o infusione di emoderivati infetti: da alcuni anni tutto il sangue impiegato per trasfusioni e per preparare emoderivati è rigidamente controllato: non dovrebbe perciò più esistere il rischio di contagio per questa via. Sono ancora numerosi invece i casi di AIDS trasmesso da madre sieropositiva al figlio durante la gravidanza. Diagnosi e progressione della malattiaLa diagnosi viene effettuata mediante un test sul siero che ricerca gli anticorpi antivirus prodotti dall’individuo: la presenza di tali anticorpi viene definita sieropositività. In caso di riscontro di test ELISA positivo, in alcuni laboratori specializzati si effettuano test più sofisticati (Western blot, immunofluorescenza, radioimmunoprecipitazione) per avere diagnosi di certezza. È anche possibile determinare la carica virale presente nel sangue (il numero delle 'copie' virali) attraverso la PCR (Polymerase Chain Reaction). La semplice sieropositività non è indice di malattia in atto, ma solo di avvenuto contagio; questa fase può durare anche molti anni poiché il virus, che appartiene alla famiglia dei Lentivirus, impiega molto tempo a determinare i danni all’organismo. La fase successiva è detta LAS (linfoadenopatia sistemica) ed è caratterizzata dall’ingrossamento di più stazioni linfonodalisenza altri sintomi clinici. Segue la fase di AIDS conclamato con graduale indebolimento, febbre e successive infezioni opportunistiche. Terapia e contagiositàSecondo le informazioni più recenti (CDC, Center for Disease Control, 2003) non siamo ancora in grado di eradicare l'infezione da HIV con gli attuali farmaci antiretrovirali. Tuttavia è possibile una riduzione sensibile e duratura del livello di infezione, riprostinare e mantenere una buona funzione immunologica, una [...]
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  • Molecola complessa formata da miosina e actina; svolge [...]
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