Calcio
Definizione medica del termine Calcio
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Definizione di Calcio
Calcio
Elemento chimico che svolge nell’organismo varie e importanti funzioni: entra nella composizione delle ossa e dei denti, partecipa ai meccanismi della coagulazione del sangue, permette gli scambi di materiali attraverso la membrana delle cellule.
Inoltre ha un ruolo primario nei processi di contrazione della muscolatura liscia e striata e del miocardio e prende parte, come cofattore, a numerose reazioni enzimatiche.
Lo scheletro umano contiene 1000-1200 g di calcio; la sua percentuale media nel sangue è di 9-10 mg per 100 millilitri; tale quantità è in parte legata all’albumina plasmatica, in parte è libera come ione calcio o in forma non ionizzata.
Nelle ossa il calcio è presente sotto forma di carbonato e di idrossiapatite.
Questi sali formano depositi insolubili che tuttavia l’organismo può utilizzare all’occorrenza; a tal fine essi vengono rimossi dalle ossa e solubilizzati nel sangue attraverso meccanismi ormonali (paratormone), oppure con piccole variazioni del pH, cioè della concentrazione idrogenionica, dei fluidi circolanti.
L’individuo adulto assume giornalmente con gli alimenti 500-800 mg di calcio, come complesso calcioproteico o come sali di acidi organici.
L’apporto di calcio da parte dei sali inorganici (fosfati, carbonati, bicarbonati ecc.) è invece di scarsa importanza in quanto tali sali figurano negli alimenti in quantità molto modeste.
L’assorbimento intestinale del calcio è favorito dalla vitamina D e dai sali biliari, mentre è inibito dall’acido ossalico e dall’acido fitico.
Questi acidi possono alterare sensibilmente il bilancio calcico dell’organismo specie se, accanto a un ridotto apporto di calcio alimentare, vengono introdotte forti quantità di verdure ricche di ossalati (spinaci, crescione, barbabietole, pomodori ecc.) oppure cereali o farine integrali di grano, orzo, avena, mais, che contengono molto acido fitico.
L’escrezione del calcio avviene per via intestinale e urinaria, in gran parte sotto forma di ossalato.
In normali condizioni fisiologiche il bilancio calcico è in equilibrio, poiché la quantità introdotta giornalmente è pari a quella eliminata.
Ciò si osserva, entro certi limiti, anche con l’assunzione di diete ipocalciche, in quanto l’organismo può normalizzare il bilancio attraverso la mobilizzazione di adeguate riserve ossee.
Nell’infanzia invece le quote introdotte devono superare in buona misura quelle eliminate per assicurare la normale mineralizzazione dello scheletro: tra il 3° e il 13° anno di vita vengono trattenuti giornalmente circa 10 mg/kg di peso corporeo di calcio; tale fenomeno (calciopessia), attuato con l’intervento della vitamina D, è fondamentale ai fini dell’accrescimento.
Un aumento del fabbisogno di calcio dell’organismo si osserva anche durante la gravidanza e l’allattamento.
Inoltre ha un ruolo primario nei processi di contrazione della muscolatura liscia e striata e del miocardio e prende parte, come cofattore, a numerose reazioni enzimatiche.
Lo scheletro umano contiene 1000-1200 g di calcio; la sua percentuale media nel sangue è di 9-10 mg per 100 millilitri; tale quantità è in parte legata all’albumina plasmatica, in parte è libera come ione calcio o in forma non ionizzata.
Nelle ossa il calcio è presente sotto forma di carbonato e di idrossiapatite.
Questi sali formano depositi insolubili che tuttavia l’organismo può utilizzare all’occorrenza; a tal fine essi vengono rimossi dalle ossa e solubilizzati nel sangue attraverso meccanismi ormonali (paratormone), oppure con piccole variazioni del pH, cioè della concentrazione idrogenionica, dei fluidi circolanti.
L’individuo adulto assume giornalmente con gli alimenti 500-800 mg di calcio, come complesso calcioproteico o come sali di acidi organici.
L’apporto di calcio da parte dei sali inorganici (fosfati, carbonati, bicarbonati ecc.) è invece di scarsa importanza in quanto tali sali figurano negli alimenti in quantità molto modeste.
L’assorbimento intestinale del calcio è favorito dalla vitamina D e dai sali biliari, mentre è inibito dall’acido ossalico e dall’acido fitico.
Questi acidi possono alterare sensibilmente il bilancio calcico dell’organismo specie se, accanto a un ridotto apporto di calcio alimentare, vengono introdotte forti quantità di verdure ricche di ossalati (spinaci, crescione, barbabietole, pomodori ecc.) oppure cereali o farine integrali di grano, orzo, avena, mais, che contengono molto acido fitico.
L’escrezione del calcio avviene per via intestinale e urinaria, in gran parte sotto forma di ossalato.
In normali condizioni fisiologiche il bilancio calcico è in equilibrio, poiché la quantità introdotta giornalmente è pari a quella eliminata.
Ciò si osserva, entro certi limiti, anche con l’assunzione di diete ipocalciche, in quanto l’organismo può normalizzare il bilancio attraverso la mobilizzazione di adeguate riserve ossee.
Nell’infanzia invece le quote introdotte devono superare in buona misura quelle eliminate per assicurare la normale mineralizzazione dello scheletro: tra il 3° e il 13° anno di vita vengono trattenuti giornalmente circa 10 mg/kg di peso corporeo di calcio; tale fenomeno (calciopessia), attuato con l’intervento della vitamina D, è fondamentale ai fini dell’accrescimento.
Un aumento del fabbisogno di calcio dell’organismo si osserva anche durante la gravidanza e l’allattamento.
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